Tragedie
ARISTODEMO
TRAGEDIA DELL’ABATE VINCENZO MONTI

Parma Dalla Stamperia Reale MDCCLXXXVI (editio princeps). 

Di fianco al titolo compare una bella incisione che reca in fondo alcuni versi della tragedia: "Eccolo...vieni pur, sangue chiedesti/ E questo è sangue" (Atto V, scena III). 

Il Monti invia al $Bodoni un plico contenente la tragedia chiedendone la stampa, la più rapida possibile, in 500 esemplari (una decina in carta finissima) il cui costo sarà sostenuto dall’autore stesso. Quando la stampa è ormai esaurita, il poeta trasmette:"...il rame da porsi in fronte all’Aristodemo...Un esemplare <va inviato> al Tiraboschi, un altro all’abate Andres, un altro al $Cesarotti, uno al cav. Vannetti ed uno all’abate Areaga...Prima di tutto però amerei di avere il mio conto, ed una copia sola del libro che precorresse le altre, unicamente per contentare la mia impazienza". Farà apportare alcune piccole correzioni a pagina 47, verso 5 (sostituire concittadini con cittadini), a pagina 72, verso 12 (cambiare ambasciate in ambasciata). Molti gli elogi: dall’epigramma del famoso latinista Raimondo Cunich di Ragusa...Divine poeta/Hinc orsus, quoniam denique pervenies?" al giudizio di Pio VI "...non sappiamo se sia possibile farla più bella e più grandiosa", del Vannetti, del Bodoni...Una rappresentazione trionfale ha luogo nel teatro della Valle in Roma (il poeta non è presente e scrive "...finita la rappresentazione, fu inondata la mia casa di gente che pareva forsennata dal piacere. Sta male a me lo scrivere queste cose, ma scrivo ad un amico <il Bodoni>, e v’assicuro che tutti convengono non essersi mai veduto in Roma uno spettacolo simile, né simile furore d’applauso". Ovviamente non mancano i detrattori, fra i quali il Mazza e la risposta del Monti non si fa attendere e viene affidata ad alcune note poste all’Esame critico dell’autore sopra l’Aristodemo; l’amicizia fra i due ritorna poi alcuni anni dopo. 

La trama è derivata da Pausania. Aristodemo, re della Tessaglia, è spinto dall’ambizione sfrenata ad uccidere la figlia. La descrizione dell’orrendo crimine occupa l’intero atto IV. Efficace e plastica è la descrizione del rimorso che insegue Aristodemo fino a condurlo al suicidio. L’altro che compare nella tragedia non appartiene alla storia, ma alla fantasia creativa del poeta. Chi voglia leggere la tragedia, può prendere in mano la bellissima e preziosa edizione critica condotta dal prof. Arnaldo Bruni dell’Università di Firenze per i tipi di Ugo Guanda, 1998. 

CAJO GRACCO

.- Tragedia di Vincenzo Monti - Seconda Edizione milanese, Dalla Tipografia Nazionale di Luigi Veladini, 1804. 

Nel Fondo Montiano trovasi la seconda edizione che "messe a profitto le buone e cattive censure che <ha> potuto raccogliere sul Cajo Gracco e ascoltata nel silenzio dell’amor proprio la coscienza, <ha> notabilmente corretta questa tragedia" che rimarrà così anche per l’avvenire. Dunque l’opera, pur essendo una seconda edizione, ha notevole valore (anche pecuniario) in quanto rappresenta il punto di partenza per tutte le edizioni che verranno. 

Cajo giunge a Roma ed incontra la madre Cornelia che, dopo avergli rammentato la morte di Tiberio, lo avverte che"...questo Foro/ Campo già di virtù, fia campo in breve/ Di tumulto, di sangue e di delitti". Cajo la rassicura poiché, col suo arrivo, le cose cambieranno. Nel secondo atto compare Opimio, console di Roma che, saputo dell’arrivo di Gracco, pensa di dare corpo alla sua vendetta perché Cajo, tempo addietro, gli ha tolto un consolato. Intanto giunge Gracco, acclamato dalla plebe, ed inizia il suo colloquio con Opimio; quest’ultimo gli parla della Patria che ambedue vogliono libera anche se Opimio sceglie il "...partito de’ saggi e degli Dei", mentre Cajo scegli quello del "...furor civile". E Cajo gli risponde: 
 

"Di patria t’odo ragionar. Non chieggo 

Se n’hai veruna, e se la merti, quando 

Per te il Senato è tutto, il popol nulla".

Bello il colloquio fra Cajo e la madre Cornelia che lo scongiura di non venir meno alla virtù ed al coraggio e lo esorta ad andare in Senato. La moglie Licinia lo prega di non andare, ma Cajo la consola e le chiede di onorare la sua memoria se i Fati hanno stabilito che questo sia l’ultimo suo giorno. Il popolo è diviso fra Cajo ed Opimio che poi mostra il cadavere di Scipione e grida al popolo che l’omicida è Fulvio, amico di Cajo ed amante - a dire di Opimio - della moglie di Scipione l’Emiliano, sorella di Cajo che ha armato la di lei mano. La folla segue Opimio che guida i soldati fino a Cajo per ucciderlo. Cornelia però, gettando il pugnale al figlio, dice:" Ah figlio/ Prendi e muori onorato". E Cajo:" In questo dono/ ti riconosco, o madre. In questo colpo/ Riconosci tu il figlio" e si uccide. 
 
 
GALEOTTO MANFREDI

Principe di Faenza.- La tragedia deriva il suo contenuto dall’VIII° libro delle Istorie Fiorentine del Machiavelli che racconta di una grave sommossa in Romagna; nel cuore di questa, si svolge la vicenda di Galeotto che, dopo aver sposato la figlia del bolognese Giovanni Bentivogli, forse per gelosia - ed è questa la tesi sostenuta dal Monti - viene ucciso dalla moglie. Su questo argomento il Monti costruisce la sua tragedia anche su preghiera di un’amabile faentina che gli mostra pure la stanza dove, secondo la tradizione, è stato assassinato Galeotto. La tragedia compare, insieme all’Aristodemo, in un’edizione, che nel suo genere può considerarsi un’editio princeps, nel volume Tragedie dell’Abate Vincenzo Monti in Roma 1788 presso Gioacchino Puccinelli a SS: Salvatore delle Coppelle. Il Bustico la definisce "edizione rara". L’opera trovasi nel Fondo montiano delle Alfonsine. 
 

 
 
I PIITAGORICI

 - DRAMMA Del Cavaliere VINCENZO MONTI, Milano, MDCCCVIII per Nicolò Bettoni - Tip. De Stefanis 

Nel retro della copertina c’è una scritta, chiusa in un rettangolo, "PIETRO FRANCESCO SEMINATI". Apre una dedica di Nicolò Bettoni a JACOPO PEDERZOLI (membro del Collegio Elettorale de’ dotti del Regno Italico) che sottolinea come, leggendo il dramma montiano, "nell’uomo virtuoso Voi che tutto già raccoglieste e sempre i suffragi dei vostri concittadini...Voi accogliete intanto con lieta fronte queste pagine; e nel solitario, ma ameno vostro domestico asilo vi piaccia ricever pure con questo mezzo gli auguri di felicità e di salute che l’amico vostro lontano v’invia". Seguono alcune NOTIZIE ISTORICHE scritte dall’Autore che spiegano come Dionigi, tiranno di Siracusa, avversi i Pittagorici per la purezza e la santità dei loro costumi. Il tiranno vuole squarciare il velo dei loro "misteri" e dà corpo ad un vero e proprio martirio. Vedendo poi che la violenza non giova, fa ricorso alla "seduzione" che non dà però esito positivo. Infatti fra i Pittagorici vale una regola ferrea: farsi uccidere piuttosto che cadere prigionieri in mano al nemico. E’ così che avviene l’orribile strage sui confini del Metaponto. L’azione lascia intendere il riferimento all’infelice esperienza napoletana del 1799; "e nella liberazione dei Pittagorici ognuno, io spero, ravviserà i fortunati politici cangiamenti che, posteriormente, accaduti con esultanza di tutti i buoni, han posto fine alle dolorose vicende di questo Regno". Poi la dedica ufficiale ALLA MAESTA’ DI GIUSEPPE NAPOLEONE RE DI NAPOLI E DI SICILIA:"...Ho tentato di esprimerne >delle Muse> i sentimenti: ma tra la cuna del Tasso e le ceneri di Virgilio, ogni poeta diventa piccolo. Nondimeno piacciavi, o Sire, di accogliere benignamente i miei versi...come rispettoso attestato di profonda e tacita ammirazione per la virtù che mi è stato più volte concesso di contemplare, ma espressamente vietato di ricordare".