PROPOSTA di alcune CORREZIONI ED AGGIUNTE al VOCABOLARIO 
DELLA CRUSCA di Vincenzo Monti, DALL’IMP. REGIA STAMPERIA, 
1817. 

Introduce il lavoro la famosa lettera al marchese  Gian Giacomo Trivulzio nella quale il 
Monti sottolinea le carenze del Vocabolario purtroppo "ingombro di vocaboli parasiti e 
spenti del tutto" e pieno di "una vanità di esempj sì mostruosa, che il decimo dello spazio 
occupato da questi imbratti soprabbonderebbe all’elenco di tutti i vocaboli novellamente 
creati dalla filosofia", significando in tal modo la necessità di una vera e propria riforma. ‘ 
vero - scrive il Poeta - che il Vocabolario presenta una bella e ricca messe accanto alla 
quale però 
                               subit aspera silva 
                   Lippaeque tribulique, interque nitentia culta 
                   Infelix lolium, et steriles dominantur avenae. 

(Lippole, triboli e sterili avene sono i vocaboli morti). 

Bisogna scrivere "non già nel dialetto particolare d’un solo distretto,...ma nella lingua a 
tutti comune (quella cioè che per tutta l’Italia, sia nelle scuole, sia negli scritti, sia nella 
bocca...delle persone, è una sola ed uniforme)". Dunque il Vocabolario "è la tavola 
rappresentativa di tutto il sapere di una nazione". Il Monti critica inoltre i compilatori del 
vocabolario in quanto non hanno trascurato alcuna forma di oscenità, hanno accolto termini 
laidi, in sostanza "tutta la metaforica liturgia del postribolo (lungamente illustrati con 
esempi a differenza di voci bellissime che giacciono senza commento alcuno)". Si pensi - 
aggiunge ironicamente il Poeta - al primo verso "Squasimodeo introcque e a fusone" fino 
all’infame "Vi sien rotti gli anelli" con cui termina questo venerabile monumento della 
lingua toscana. "La lingua è università di parole; e definita più largamente è la totalità 
delle voci di cui una nazione fa uso per esprimere i suoi concetti. Quindi il valor dei 
vocaboli debb’essere universale, o sia a tutti comune; e comune non sarà mai se gli manca 
il consenso della nazione". Più avanti scrive che "il fiorentino rimane pur sempre un 
dialetto, quindi lingua di municipio, non di nazione". Segue una dura critica all’abuso di 
idiotismi. Infine a cosa si ispira il Vocabolario? Alla nobile dittatura del fiorentino, già 
aspramente criticata da Dante nel De vulgari eloquentia e nel Convivio. 

L’opera montiana contiene anche il trattato del Perticari intorno al volgare del Trecento, 
una lettera dello stesso ed una a Bartolomeo Borghesi, uno degli esponenti più illustri della 
Rubiconia Accademia dei Filopatridi sita in Savignano. Chiude una deliziosa appendice al 
Trattato. Il secondo volume, che in realtà è la seconda parte del primo, apre con il Dialogo 
fra l’Autore ed il Libro. Vengono esaminate alcune voci; proponiamo un esempio: Abbordo 
che il Vocabolario della Crusca spiega con uomo di facile abbordo, cui si può facilmente 
parlare e trattare. Il Monti sottolinea che il cui nella definizione della Crusca è dativo ed 
accusativo insieme; per cui il pronome si trova ad essere il "comico servo di due padroni". 
Nel secondo volume il monti sostiene che i Cruscanti si basano sul lessico della lingua 
latina - costruito tempo addietro dal Caleppino - il quale si attiene alla sola qualità degli 
esempi. Metodo ottimo per una lingua morta, pessimo per una lingua viva che muta 
continuamente.. La critica montiana colpisce nel segno e lo dimostrano tre esempi 
innegabili: a) "il vano gracidar de’ pedanti"; b) "il grave rispondere de’ sapienti che 
debitamente si armano alla difesa del Palladio in pericolo"; c) il consenso di numerosi 
letterati italiani e stranieri. Dunque l’opera procura amarezze ed inimicizie (ad esempio 
l’avversione feroce di un anonimo Fiorentino e della rivista La Biblioteca Italiana), ma 
anche e soprattutto stima e preziosa benevolenza. Segue un parallelo del Vocabolario della 
Crusca con quello della lingua inglese compilato da Samuele Johnson e quello 
dell’Accademia Spagnola ne’ loro principi costitutivi; dove si dimostra la novità dei due 
dizionari stranieri a tutto svantaggio dell’opera dei Cruscanti. Il lavoro viene inviato al 
Monti dalla cortesia del celebre vocabolarista e filologo G.G. . L’intento è quello di 
"giovare in qualche parte all’italiana favella, e più ancora all’italiano pensiero. 

Proponiamo un esempio: Vocabolario di S. Johnson - Anima = sostanza immateriale ed 
immortale dell’uomo. 2 = Principio intellettuale. 3 = Principio vitale. 4= Spirito, essenza. 5 = 
Parte principale. 6 = forza interna. 7 = Espressione familiare della qualità della mente. 8 = 
Essenza dell’uomo. 9 = Forza attiva delle cose. 10 = Spirito, fuoco, grandezza della mente. 
11 = Ogni essere intelligente. Seguono bellissimi esempi di Hooker, Swift, Shakespeare e 
Milton. 

Vocabolario della Crusca - Anima = Forma intrinseca dei viventi, vita degli animanti. 2 = 
Vita, persona. 3 = Spirito separato dal corpo. 4 = Potenza che vuole ed appetisce. 5 = 
Talora si piglia per considerazione e pensiero conciossiacosachè sieno operazioni 
dell’anima, sebbene in questo caso diciamo comunemente animo. 6 = Perché l’anima è 
quella che dà vita; in segno d’eccessivo amore e benevolenza attribuiamo altrui il nome di 
anima. 7 = Esser anima d’uno vale essere suo strettissimo amico. 8 = Uomo d’anima vale 
uomo devoto e di coscienza. 9 = Anima di messer Domeneddio per persona dabbene. 10 = 
Anima in vece di persona. 11 = Anima, armadura fatta a scaglie. 12 = Anima dicesi per 
parte interna di molte cose, come vasi, bottoni. 13 = Parte principale, ove si comprende il 
fondamento e la sostanza di checchessia. 14 = Il seme de’ frutti che è rinchiuso dentro il 
nocciolo, dal quale nascono le piante. 15 = Parte interna delle radici. 

Il Monti afferma che dare forma all’anima è un’eresia tale (pensiamo alla filosofia) che non 
merita neppure d’esser confutata. Il quarto significato appare incomprensibile là dove 
l’anima ha il significato di volontà ed appetito. La Crusca si affida a Dante, Inferno, canto 
II. 
                         Se io ho ben la tua parola intesa, 
                       rispose del magnanimo quell’ombra 
                          l’anima tua è da viltade offesa 

Virgilio, cioè, conforta Dante che è stanco, che ha paura, che teme di non aver forze 
sufficienti per iniziare il periglioso viaggio. Quindi l’esempio dantesco è improprio in quanto 
non v’è alcun significato di volontà od appetito. 

Il Monti inserisce poi il volume del Perticari Dell’Amor patrio di Dante per liberare il 
grande Fiorentino "dalla macchia di maligno e d’ingrato verso la patria". Gli esempi 
addotti sono ampi e pienamente giustificati. Occorre sottolineare che il Poeta non prende a 
cuore la sola situazione di Firenze e della Toscana tutta, ma anche quella dell’Italia intera. 
Chiama Botoli gli abitanti di Arezzo (Purgatorio, c. XIV, v.46), brutti porci gli abitanti del 
Casentini (Purg., c. XIV, v.43), i bolognesi come coloro che hanno perso la stirpe de’ buoni 
(Purg., c. XIV, v.100), i faentini poveri in quanto hanno perso Bernardino di Fosco, i 
Romagnuoli tornati in bastardi (Purg., c. XIV, v.99), Lucca la terra dei barattieri (Inf., c. 
XXI, v. 38), i Pisani volpi piene di frode (Inf., c. XXIV, v.124), Pistoia tana degna di ladri 
(Inf., c. XXV, v.10), l’Italia terra prava (Par., c. IX, v.25) e nave senza nocchiero in gran 
tempesta (Purg., c. VI, v.77). 

Dante cerca nell’individuo l’elemento buono e quello reo, descrive "...il fondo all’umana 
natura, la quale per sua limitazione fugge l’eccesso de’ vizj come delle virtù...Quindi niuno 
più del giusto egli loda: niuno al di là dell’onesto vitupera.. Nel quale artificio è riposto il 
vero modo di conciliare i popoli quando sieno divisi, e di fondare la pace nel cuore della 
guerra. Anche in questo è il secreto della sapienza civile". E’ odio che parla? No; Dante, 
seguace di Aristotele ("il Maestro di color che sanno", Inf., c. VI, v.131), biasimando i vizi 
e l’ignoranza, desidera che Firenze ritorni ad essere l’albergo della cortesia e del valore. 
Infine chi odia la sua patria non può certo definirla patria nobile (Inf., c. X), la gran villa sul 
bel fiume d’Arno, il Bello ovile (Par., c. XXIV). Molte volte viene offerta a Dante la 
possibilità di tornare in Firenze, ma egli rifiuta perché tale ritorno lo allontanerebbe 
dall’onestà e comporterebbe la perdita dell’innocenza. "Imperocchè l’innocenza non si 
lascia dentro le mura della patria; e neppure sull’uscio e nel profondo del carcere: ma la 
costanza, la gravità, la fortezza e la sapienza si portano seco nell’esilio e ne’ ferri e sotto il 
carnefice. Ch’elle sono virtù che non ricusano né dolore, né supplicio". Il Perticari passa 
poi all’esame del "De Vulgari Eloquentia" ed afferma, procedendo da Dante, che 
"patria...<vuol> dire non quel breve cerchio di mura dove vagimmo in culla, ma tutta 
questa nobilissima terra, terminata dai mari e dall’Alpe, in cui fiorisco diecinove milioni di 
uomini uniti dal dolce vincolo d’un comune linguaggio. Infine il Perticari critica apertamente 
gli autori del Vocabolario della Crusca riscontrando gravi errori: misprendere che la 
Crusca definisce errare e che significa invece dispregiare, grazire che è definito ringraziare 
quando in realtà significa farsi grato... 

Conclude l’opera un serventese di Sordello Mantovano colla versione romano - italica di 
fronte.