Poesie liriche
  

La Visione di Ezechiello

Si tratta del primo lavoro che il giovane Monti riesce a stampare, nel 1776, grazie all’appoggio della marchesa Trotti Bevilacqua (alla quale dedicherà in seguito altre poesie di respiro piuttosto lieve), nobile signora amante delle lettere e lei stessa con qualche velleità poetica; la marchesa viene conosciuta a Ferrara durante gli studi universitari che il Monti conduce in quella città. 

L’opera, in terzine, è ispirata al genere delle Visioni (per lo più d’intonazione biblica) riportate di moda dal Varano e descrive un’apparizione celeste ispirata dall’eloquenza di un predicatore ascoltato in Ferrara. A seguito dei consensi ottenuti, il Monti riesce a conseguire nuovi titoli letterari ed una certa notorietà che lo inducono a comunicare al padre - come si può dedurre dall’Epistolario citato nelle note biografiche del poeta - la decisione, ormai definitiva, di trasferirsi a Roma per dedicarsi al culto delle belle lettere. 
 
 

Il Pellegrino apostolico

E’ un poemetto in terzine (diviso in 2 canti), composto in occasione del viaggio a Vienna che il Pontefice compie nel 1781, al fine di incontrare l’imperatore d’Austria e dissuaderlo dalle decisioni assunte nei confronti della Chiesa di Roma. Infatti Giuseppe II sta applicando le riforme giurisdizionalistiche che rivendicano alcuni diritti dello stato della Chiesa, quali la nomina dei vescovi, la soppressione di alcuni ordini monastici e la formazione di un clero autonomo da Roma. Il viaggio è condotto, come scrive il Monti nell’epistolario, "...more pauperum, senza corteggio di Cardinali, Prelati e qualunque altra persona strepitosa". La missione apostolica sarà un fallimento e verrà compensata da un’accoglienza trionfale a Cesena dove però non è stata ancora costruita la statua di bronzo decisa per il Pontefice; allora viene sostituita con una di stucco. Di qui il mordace epigramma: Andò, tornò, e rimase di stucco. 
 

Al Signor di Montgolfier

E’ un’ode dedicata a Robert Montgolfier che, nel 1872, riesce a far salire in cielo un pallone di carta utilizzando il principio di Archimede. L’avvenimento dischiude agli uomini dell’epoca nuovi orizzonti e nel 1783 viene tentato il primo volo umano che la facile musa del Monti traduce immediatamente in un componimento. 

Ma già di Francia il Dedalo
Nel mar dell’aure è lunge:
Lieve lo porta Zeffiro,
E l’occhio appena il giunge.
Fosco di là profondasi
Il suol fuggente ai lumi
E come larve appajono
Città, foreste e fiumi.

Ormai l’ingegno umano ha raggiunto mete impensate. E il Poeta: 

Che più ti resta? Infrangere
Anche alla Morte il telo,
E della vita il nettare
Libar con Giove in cielo.

L’opera ha un grande successo dovuto in parte al metro agile e plastico della canzonetta in settenari. Per quanto riguarda il contenuto il monti viene quasi spontaneamente condotto verso immagini tratte dal mondo greco e dai miti, come quello del vello d’oro, simbolo della volontà degli uomini di superare i limiti loro imposti. 
 

Pensieri d’amore

Dieci componimenti in endecasillabi sciolti, scritti negli anni in cui il poeta frequenta il salotto fiorentino di Fortunata Sulgher ove conosce Carlotta, una giovane fanciulla della quale s’innamora perdutamente. Forse il Monti ha presenti alcuni passi dei "Die Leiden des jungen Werthers" di Goethe; tuttavia il poeta giunge a risultati sublimi che, a differenza di altri suoi versi, possono essere facilmente fruiti senza l’ausilio di notizie erudite. Il verso corre via agile ed elegante ed offre un modello di perfezione unica e sensibilità nell’affrontare la tematica amorosa, che pare essere consona ad ogni epoca. 

Proponiamo alcuni endecasillabi dell’VIII pensiero d’amore: 

Alta è la notte, ed in profonda calma
Dorme il mondo sepolto, e insiem con esso
Par la procella del mio cor sopita.
...
Oh vaghe stelle! E voi cadrete adunque,
E verrà tempo, che da voi l’Eterno
Ritiri il guardo, e tanti Soli estingua?
...
Oh rimembranze! Oh dolci istanti! Io dunque,
Dunque io per sempre v’ho perduti, e vivo?
E’ questa la calma di pensier? Son questi
Gli addormentati affetti? Ahi, mi deluse
Della notte il silenzio, e della muta
Mesta Natura il tenebroso aspetto!

Vorrei far notare come il Leopardi attinga copiosamente a questa lirica, specie per quanto concerne le Ricordanze, il cui incipit è identico al verso montiano:" Vaghe stelle...". Inoltre, quando leggiamo A Silvia non possiamo non accorgerci che la seconda parte dell’idillio leopardiano ha il medesimo andamento finale del pensiero del Monti. 
 
 

Sciolti al Principe Don Sigismondo Ghigi

Questi endecasillabi vengono dedicati dal Monti al principe Ghigi, suo nobile amico, in segno di gratitudine per l’aiuto economico che egli gli offre in un momento di difficoltà legato all’intenzione di sposare la giovane Carlotta. 

L’amore per la fanciulla è cantato con rara bravura e levità dal Monti; situazione sentimentale peraltro già presente nei Pensieri d’amore. 
 
 
 

Sonetti in morte di Giuda (4)

Sonetti composti nel 1788 e recitati lo stesso anno in Arcadia per la rituale adunanza del Venerdì Santo. Il successo è enorme tanto da suscitare invidie nei nemici del Monti. Per quanto concerne la loro importanza poetica, va notata la forte capacità espressiva che sovente indugia su particolari truci al fine di sottolineare il dramma di Giuda, che viene però visto dall’esterno e non dall’interno, sì da descrivere solamente alcune delle conseguenze visibili. 
 
 
 

Il giorno onomastico della Mia Donna

Questi versi, composti secondo lo schema della canzone libera, con endecasillabi misti a settenari, sono scritti tra il settembre del 1826 e il 15 ottobre dello stesso anno, giorno di Santa Teresa. Il Monti li dedica, in occasione appunto dell’onomastico, alla moglie Teresa Pikler, donna di rara bellezza e di forte carattere, senza dubbio eccellente compagna per il poeta, di cui sa reggere sapientemente le sorti mondane, nonostante le accuse mossele talvolta nei confronti dei suoi costumi ritenuti non troppo severi. 

Proponiamo qualche verso: 

...ma sperar ti giovi
che tutto io non morrò: pensa che un nome
non oscuro io ti lascio, e tal che un giorno
fra le italiche donne
ti fia bel vanto il dire:" Io fui l’amore
del cantor di Bassville,
del cantor che di care itale note
vestì’ l’ira di Achille".

La canzone può essere considerata l’ultimo vero componimento del poeta e di certo fra le sue "cose" migliori; a due anni dalla morte egli, ormai gravato dalla sordità e dalla semicecità, si rivolge al passato ripercorrendo con la memoria la vanità degli sforzi umani cantata con vena dolcemente elegiaca. Il componimento chiude una carriera che, per certi aspetti, può essere considerata eccezionale. 
 

La Bellezza dell’Universo

Canto letto dal monti stesso in Arcadia nel 1781, in occasione delle nozze tra il nipote del Papa, Luigi Braschi Onesti e la contessa Costanza Falconieri (l’opera contribuisce certamente alla nomina del monti a segretario di Casa Braschi). 

La Bellezza dell’Universo descrive il mirabile ordine dell’universo fisico, le varie fasi della Creazione fino a giungere all’Uomo, rappresentato nella sua bellezza esterna ed interiore. Segue la descrizione del Bosco Parrasio, luogo sacro alle Muse, dove gli Arcadi sono riuniti per festeggiare le nozze. Segue una variazione sul Tempo che deturpa la Bellezza, mentre la Virtù rimane incorruttibile. Ecco un esempio delle limpide e fluide terzine dantesche in cui è scritto il canto: 

Stavasi ancora la terrestre mole
Del Caos sepolta nell’abisso informe,
E sepolti con lei la Luna e il Sole,
E tu del sommo Facitor su l’orme
Spaziando, con esso preparavi
Di questo mondo l’ordine e le forme.
...
Poi ministra di luce e di portenti
Del ciel volando pei deserti campi
Seminasti di stelle i firmamenti:
Tu coronasti di sereni lampi
Al Sol la fronte; e per te avviene che il crine
Delle comete rubiconde avvampi.
...
E di rose all’aurora empiesti il grembo,
Che poi sovra i sopiti egri mortali
Piovon di perle rugiadose un nembo.
 
 

Versi dell’Abate Vincenzo Monti Parte I e II 

Si tratta della terza raccolta del Monti, realizzata durante gli anni romani, nel momento in 
cui il poeta gode della massima celebrità, grazie ai suoi numerosi successi e all’appoggio di 
Don Luigi Braschi, nipote del Papa. 

L’opera viene stampata nel 1787, presso la Stamperia Reale di Parma, in veste 
elegantissima ed è articolata in due volumi. Il primo dedicato "Alla santità di Pio VI 
regnante sommo pontefice" e il secondo "A sua eccellenza il Signor Don Luigi Braschi 
Onesti". In fondo segue l’"Aristodemo", intitolato invece "A Sua eccellenza la Signora 
Principessa Donna Costanza Braschi Onesti". 

Il Fondo Montiano delle Alfonsine possiede l’Editio Princeps.