Poemetti
Il Fanatismo - La Superstizione - Il Pericolo (1797)

Dopo aver lasciato Roma nel marzo del 1797, si porta a Firenze, poi a Bologna che è la capitale della Cispadana ed infine a Milano dove, per farsi perdonare la Bassvilliana (opera controrivoluzionaria), scrive questi poemetti in difesa della libertà. Occorre sottolineare che il Foscolo, in questa occasione, lo difende con passione ed onestà. Dei due primi poemetti è quasi inutile dire, in quanto si intende che essi sono pieni di imprecazioni contro il Vaticano e contro la coalizione creatasi fra i monarchi europei per opporsi a Napoleone. Il terzo poemetto, Il Pericolo, condotto in terza rima, presenta la visione del fantasma di Luigi XVI che ricompare durante l’assemblea per ammonire la Francia salvare i propri destini e quelli dell’Italia; l’alternativa sarebbe un duro ed inumano servaggio. 
 

Prometeo
 Il primo canto è pubblicato a Bologna (1797) mentre usciranno postumi la fine del II canto e tutto il III. Il lavoro prende lo spunto dal Paradiso perduto di Milton ed immagina che il Titano, dopo che il fratello Epimeteo ha elargito alle bestie i beni che gli Dei hanno concesso agli uomini, veda la futura infelicità degli uomini sino a che non giungerà il giovane Bonaparte, eroe liberatore. Nuovo Prometeo saprà difendere gli italiani ed infondere nei loro animi amore per la pace e la libertà. 
Il Monti dice di essersi proposti due scopi:" promovere l’amore dei Latini e dei Greci, dai quali è molto tempo che ci discostiamo con detrimento sommo della nostra poesia; meritar bene di una patria libera, scrivendo finalmente da uomo libero". 
I manoscritti dell’opera sono visibili al museo storico dell’Università degli Studi di Pavia. 
 
 
Il Bardo della selva nera
Poemetto in 6 canti pubblicato nel 1806 a Firenze per i tipi di Guglielmo Piatti. Il Monti risente dell’influenza del Gray, autore del The Bard, del Macpherson e del Klopstock. Terigi, giovane ufficiale francese, nella guerra che culmina con la battaglia di Austerlitz, viene raccolto, gravemente ferito, dal bardo Ullino e da Malvina, che hanno sentito i suoi lamenti. Il bardo è tedesco, ma parteggia apertamente per Napoleone. Malvina si innamora di Terigi e questo, durante la lunga convalescenza, le racconta tutte le vicende militari cui ha partecipato; e dalla capanna, caduta Ulma, egli può vedere sventolare lo stendardo tricolore. Nel VII canto, uscito postumo nel 1833, Terigi racconta come, tornato in patria, trovi il corpo della madre sepolte sotto le macerie provocate dalle incursioni degli Austro - Russi; ella respira ancora, ma poi muore nelle braccia del figlio. Ed anche il cane Melampo muore per il dolore. L’VIII canto viene appena iniziato, quindi lasciato incompleto. 
L’opera, se pure presenta - a parere di molti - un contenuto pesante, abbaglia per la lucentezza e la pulizia musicale del verso; un verso senza artifizio, senza retorica, senza monotonia. Un’ottava che può tranquillamente porsi alla pari con quella del Tasso. 
 
 
La Spada di Federico II. 

Firenze, Guglielmo Piatti, 1806. 
Poemetto in ottave in cui Napoleone, visitando la tomba dell’imperatore prussiano, impugna la spada del monarca ivi sepolto; una mano, grondante di sangue, vuole strapparla a Napoleone che però la conserva facilmente. La spada è portata a Parigi e là essa "parve di più pura - luce ornarsi e oblïar la sua sventura". Il Cesarotti sostiene che l’immagine della mano insanguinata potrebbe essere invidiata dal Monti che risponde dicendo d’essersi ispirato al Machbet di Shakespeare. 
 
 

In morte di Ugo Bassville
 
 Edizione seconda, Milano, 1826, società tipografica di classici italiani a spese di G. Resnati. 
Il poemetto di quattro canti in terzine dantesche (tanto che alcuni critici del tempo chiamano il Monti "Dante redivivo"), viene composto nel 1793 in occasione dell’assassinio di Ugo de Bassville, segretario della legazione francese a Napoli, perpetrato a Roma da una folla adirata per la sua propaganda rivoluzionaria. Il Monti, sul modello del poema dantesco, immagina che Bassville voli su Parigi con un angelo per vedere i crimini della Rivoluzione ed ottenere quindi il perdono divino. 
Proponiamo alcuni versi del II canto:
Sul primo entrar della città dolente
Stanno il Pianto, le Cure e la Follia
che salta e nulla vede e nulla sente.
Evvi il turpe Bisogno, e la restia
Inerzia colle man sotto le ascelle.
L’uno all’altra appoggiati in su la via.
Evvi l’arbitra Fame, a cui la pelle
Informasi dall’ossa, e i lerci denti
Fanno orribile siepe alle mascelle.
Vi son le rubiconde Ire furenti,
E la Discordia pazza il capo avvolta
Di lacerate bende e di serpenti.
...
Veglia custode delle meste porte,
E le chiude a suo senno e le disserra
L’ancella e insieme la rival di Morte;
La cruda, io dico, furibonda Guerra,
Che nel sangue s’abbevera e gavazza,
E sol del nome fa tremar la terra.

Bella, a mio avviso, la descrizione del lutto della Natura alla morte di Luigi XVI: 

Ma piangea il Sole di gramaglia cinto,
E stava in forse di voltar le rote
Da questa Tebe che l’antica ha vinto.
Piangevan l’aure per terrore immote.
E l’anime del cielo e cittadine
Scendean col pianto anch’esse in su le gote.

L’opera ha goduto di largo successo, non solo per motivi ideologici, ma anche per la musicalità del verso e per alcuni toni che già annunciano la sensibilità romantica. 
 
 

 Il Sermone  sulla mitologia

Con questo poemetto il Monti partecipa alla querelle tra classici e romantici (1816) sollevata dal saggio di Madame de Stäel "Sull’utilità delle traduzioni". E’ l’ultimo grido del Classicismo morente contro l’avanzata inesorabile del Romanticismo. 

Audace scuola boreal, dannando
Tutti a morte gli dei, che di leggiadre
Fantasie già fiorîr le carte argive
E le latine, di spaventi ha pieno
Delle Muse il bel regno...
...
Senza portento, senza maraviglia
Nulla è l’arte de’ carmi, e mal s’accorda
La maraviglia ed il portento al nudo
Arido Vero che de’ vati è la tomba.

( Strano destino quello del Sermone: Inviato prima al foglio azzurro >il Conciliatore>, giornale dei romantici, e non pubblicato per qualche incomprensione, arriva poi al foglio rosa <Biblioteca Italiana>, giornale dei classicisti, dove viene pubblicato con le opportune modifiche <N.d.R.>). 
 
 

La Musogonia  
Canto unico del Cittadino Vincenzo Monti Ferrarese. 
Edizione seconda - Milano presso Pirotta e Maspero - Stampatori - Librai 
nella contrada degli Armorari, n.° 3118, Anno 6° Rep.°, 1807. 

A pagina III in alto a sinistra sta scritta la parola Libertà ed in alto a destra la parola 
Eguaglianza. Sotto Milano 10 Vendemmiatore anno 6° Repubblicano. Ancora sotto: 
Vincenzo Monti al cittadino Fortunato Stella. 
L’Autore lamenta di aver visto la sua opera solo due mesi dopo la stampa; e la trova 
assassinata e straziata dal tipografo che ha posto tutto alla rinfusa "come gli atomi 
d’Epicuro". Impone all’editore di non diffonderla più poiché egli porrà mano ad un’altra 
edizione in Milano. Aggiunge che non farà la stessa cosa per il Fanatismo e la 
Superstizione dei quali ha ceduto la proprietà. Prega l’amico di comunicare all’editore il suo 
torto e di non far più parola della ristampa del Prometeo. 

" Salute e fratellanza, 

  V.Monti 

Musogonia: è un poemetto di 78 ottave in cui si narra la nascita delle Muse: 

                       Muse, o sante Dee, la vostra arcana  

                        Origine vuo’ dir con pio linguaggio,  

                        Se mortal fantasia troppo non osa  

                        Prendendo incarco di celeste cosa.  

Le Muse vengono poi collocate nell’Olimpo accanto alle divinità e stringono un patto 
d’amicizia con le Grazie e con Cupido: 

                          Più volubili allor l’inclite Dive  

                       Mandar dal labbro più sonanti e vive  

                        La densa celebrar stirpe de’ numi,  

                       Quanti le selve, e de’ ruscei le rive,  

                        E de’ monti frequentano i cacumi,  

                      Quanti ne nutre il mar, quanti nel fonte  

                       Dell’ambrosia lassù bagnan la fronte.  

L’ottava 75 esalta "...d’Ausonia l’Alessandro e il Numa" (scomparirà, essendo del tutto 
mutati i tempi, nell’edizione del 1826). Chiude l’opera un grido per l’unità d’Italia: 

                        Una deh! Sia la patria, e ne’ perigli  

                        Uno il senno, l’ardir, l’alme, le vite.  

                       Del discorde voler che vi scompagna  

                     Deh non rida, per dio!, Roma e Lamagna.  

Seguono le note dell’Autore, come sempre precise, rigorose e puntuali. 
 
 

In morte di Lorenzo Mascheroni 
 
CANTICA DI VINCENZO MONTI, Milano, dalla Stamperia e Fonderia al Genio Tipografico, casa Crivelli, presso il ponte di S. Marco, n°1997, anno IX, 1801 - Editio princeps. 
Dietro il frontespizio si legge:» Io pongo la presente edizione sotto la salvaguardia delle leggi; e dichiaro che citerò avanti i tribunali ogni contraffattore, e spacciatore di edizioni contraffatte, riclamando contro di essi l’esecuzione della legge - 19 fiorile, anno  9° risguardante le produzioni d’ingegno». Milano, li 4 Messidoro, anno 9°. 
                                  L’Autore 
Nell’avviso al lettore, il Poeta giustifica la sua scelta di cantare Lorenzo Mascheroni di Bergamo, «insigne matematico, leggiadro poeta ed ottimo cittadino,...<che> ha giovato alla patria illustrandola co’ suoi scritti..., lasciandone l’esempio delle sue virtù, beneficj tutti meno strepitosi, gli è vero, ma più cari, e d’assai più durevoli, che tanti altri partoriti o per valore di armi, o per calcoli di mercantile e sempre perfida e scellerata politica». Sono passate la repubblica greca e quella romana, è tramontato l’astro di Cesare, «...ma durano tuttavia per conforto dell’umanità i divini precetti di Socrate». Inoltre è possibile leggere nelle note del Canto Terzo questa felice autodifesa del Monti circa il suo amor patrio:» Ecco la libertà che ho tanto vilipesa nella Bassvilliana. La convenzione nazionale era in quei miseri tempi una congrega non di uomini, ma di furie, e la Francia tutta un inferno. Spento Robespierre, spenti quei codardi che spinsero al patibolo i più generosi, la Francia mutò fisionomia e la cantica fu interrotta. Ed ora che il mondo sembra finalmente tornato alla saggezza, ora che la Francia altamente detesta ciò che io prima ho esecrato, vi sarà chi pur tragga da quel poema il pretesto di calunniare la fermezza dei miei princìpi? Oh imbecilli! Chi siete voi che tacciate di schiavo il libero autore dell’Aristodemo? Lo conoscete voi bene? Sapete che voi al pari della tirannide che porta corona, egli aborre quella che porta berretto? Ho sospirato e sospiro ardentemente l’indipendenza dell’Italia, ho rispettato in tutti i miei versi religiosamente il suo nome, ho consacrato alla sua gloria le mie vigilie, ed ora le consacro coraggiosamente me stesso, gridando in nome di tutti la verità. Cicerone e Lucano, Dante e Machiavelli, si sono abbassati all’adulazione necessaria a’ lor tempi. Ell’era più necessaria a quelli ne’ quali io scriveva: ma ne’ secoli corrotti la virtù è sostenuta dai vizi, e il delitto apre la strada alle magnanime imprese. O tu che accusi la mia debolezza, che pur non fu dannosa ad alcuno, perché poi non imiti il mio coraggio che può riuscire a vantaggio comune? Sei dunque tu il vile, non io. Or va, miserabile; e invece di predicare la libertà di Catone coll’anima di Tersite, va a banchettare alle cene di Ecate per non morire di fame sul trivio».