LETTERA DI VINCENZO MONTI AL SIG. ABATE SAVERIO BETTINELLI Cavaliere della Corona di Ferro membro dell’Istituto Italiano, Milano, Da Cairo e Comp., 1807. Editio princeps. 

Il Monti ricorda una «lite letteraria» intercorsa fra lui ed il Bettinelli talmente intensa da sembrare un ostacolo alla riconciliazione. Ora il poeta esprime pubblicamente la sua stima a colui che egli ritiene «...uno de’ primi ornamenti dell’italiana letteratura». Lamenta le critiche volte ad una sua ode, le Gamelie, dovute soprattutto ad ignoranza; inoltre nel Redattore Bolognese viene accusato di peccati di elocuzione. Se l’estensore aprisse qualche volta i poeti latini (Virgilio, Orazio, Ovidio), vedrebbe che le sue critiche cadrebbero non sul Monti, bensì su quei grandi. Questa è però ben poca cosa al paragone di quanto si è scritto contro la Spada di Federico II; critiche che il Monti divide in due parti, una buffa e l’altra seria.

PARTE BUFFA.- Il poemetto ha avuto molto successo - 10 edizioni in diverse parti d’Italia, 3 versioni latine, una in francese, lettere di stima... -, ma ha visto anche l’incredibile rabbia dei nemici che hanno eretto a loro paladino il Gianni, autore di versi sulla battaglia di Jena. Sulla Revue litteraire pone sullo stesso piano Casti ed Alfieri ed afferma che il Parini è una pura emanazione di Dante e di Petrarca. Il Monti scrive:" Possa io morire come i disgraziati del quinto canto della Pucelle se mai ho saputo che Dante e Petrarca avessero generato un figlio di tal fatta...". Segue un dialogo fra Filebo ed il Monti. In primo luogo Filebo rimprovera al Monti di non sapere usare l’ottava poiché «le ottave rimate (ma esistono anche ottave non rimate, obietta il Monti?), di cui l’Ariosto ed il Tasso hanno fissato le leggi, devono essere indipendenti di distico in distico». Il Monti replica citando proprio l’Ariosto che, nella prima ottava del suo poema, attacca «il sesto verso col settimo»; ed anche la quinta ottava contraddice l’affermazione di Filebo. Allora l’accusatore rimprovera il poeta d’aver usato il verbo «sventola» come se fosse un mot comique; e il Monti ricorre ancora all’Ariosto:" E l’aura sventolar le aurate chiome", verso tragico in quanto riferito ad Angelica legata allo scoglio. Insiste Filebo chiedendo se la Spada di Federico sia il soggetto principale dell’opera: e il Monti gli risponde chiedendo se conosce Pindaro (e Filebo si scandalizza dicendosi un valente grecista). Monti allora gli fa notare che «Pindaro prende un soggetto e dopo pochi tratti te l’abbandona come ho fatto io; poi salta in un altro...poi ritorna al primo...; e qualche volta se ne dimentica». La disputa si protrae fino a quando il Monti, di fronte ad un ulteriore sproposito di Filebo, pensa fra sé:"...Ed io mi sono costituito con pazienza al suo tribunale? E ho potuto rispondergli? E non ho mandato in mia vece, ad esempio di Carlo XII, i miei stivali a dir le mie ragioni? Ma finalmente sono arrivato dove io voleva".

PARTE SERIA.- Il Monti assiste alla diffusione dell’articolo della Revue e decide in un primo tempo di non rispondere. Poi ritiene di cercare la verità; ma dove? E in che modo? Pone sul suo tavolo da una parte i versi suoi e dall’altra i versi del Gianni che trova, spassionatamente, piuttosto brutti. Poi legge i suoi e troverebbe anch’essi cattivi se non avesse letto prima quelli del Gianni; così comprende chi dei due è l’animale. Sembra che l’autore dell’articolo sia il signor Lampredi (celatosi sotto lo pseudonimo di Filebo) in quanto «se interrogo sul vostro carattere la Toscana un dì vostra patria e poi Roma...se leggo il vostro Monitore Romano, nel quale ad ogni tratto vi fate un crudele trastullo delle più illibate riputazioni...ogni pagina di quei fogli mi dice che l’articolo della Revue è tutto di vostro conio». A difesa del Lampredi però il Monti ricorda una frase dell’articolo il cui estensore dice di conoscere appena il Monti; e invece Lampredi lo conosce perfettamente. Ancora il Monti rammenta che il Lampredi ha fatto con lui «...la storia delle ridicole millanterie del Gianni e dei crudeli suoi portamenti colla Fantastici...». Infine l’autore dell’articolo sarà un italiano, ma un italiano pazzo che disonora la sua patria: e costui non può essere il Lampredi. Allora il Monti passa ad esaminare l’ipotesi Biagioli, di cui conosce una buona grammatica italiana, la sua riputazione di buon uomo; quindi lasciamolo stare. Passiamo dunque al Gianni, somministratore dei veleni di cui è gonfio l’articolo; un tempo il Monti è stato suo amico, fino a quando il Gianni calunnia un caro amico del poeta, Dionigi Strocchi, ottimo traduttore di opere greche; inoltre il Gianni non tollera la Bassvilliana e fa decadere il suo autore dalla carica che ha al Ministero dell’Estero, lo spoglia di ogni civile prerogativa, lo riduce alla condizione di servo. Il Monti decide di tornare a Roma, ma due amici lo dissuadono, il dott. Camillo Corona e S.E. Giovanni Paradisi. Ma la legge voluta dal Gianni colpisce troppi individui; così il Monti conserva il suo posto, anzi passa al Direttorio. Perdonerà il Gianni che incontrerà a Parigi dove il poeta conduce vita ritirata e riceve l’incarico di comporre un Inno per la vittoria di Marengo (compenso 1.500 franchi); ma i suoi nemici lo descrivono avverso alla Francia e l’accusano d’aver scritto versi in lode dello Swaroff e l’incarico gli viene tolto. Saluta poi il Bettinelli augurandogli di stare sano. Particolare curioso <aggiunta dello scrivente>: quando il Bettinelli morì, il Monti scrisse questo epitaffio:

Qui giace il Bettinel che tanto visse 
Da veder obbliato quel che scrisse.