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VINCENZO MONTI
Biografia
Nasce alle Alfonsine, in località Ortazzo, il 19 gennaio 1754
da Fedele Maria Monti ed Adele Mazzari, in "una casetta di semplice eleganza,
che sorge in fondo ad un largo ripiano, e porta scritto sull’alto della
modesta facciata un motto de’ Salmi :<
< Redime me a calumniis hominum, ut
custodiam mandata tua> >
ancora oggi leggibile su una lapide posta sopra l’ingresso). In giovanissima
età si trasferisce con la famiglia a Maiano, un piccolo paese nei
pressi di Fusignano dove il padre svolge la sua attività lavorativa
ed affida l’educazione dei figlioli al pio sacerdote di quella contrada.
Dopo gli studi "canonici" condotti nel seminario di Faenza ("ove
gli furono dischiusi i primi tesori della latina poesia"), entra "nel cerchio
magico della poesia...con tutto l’impeto d’un’anima appassionata, e ancor
vergine dalle codarde impressioni del mondo". Al ritorno da Faenza, il
padre lo vuole fattore dei suoi poderi e Vincenzo ubbidisce al genitore
per "con un animo sì renitente e distratto che ai campi non ne proveniva
alcun utile". Un giorno il Monti chiama il padre nella stanza e, dopo aver
acceso un gran fuoco, vi getta i suoi amati autori latini; e il genitore,
non osservato, lascia sul tavolo 12 fiorini d’oro che sono presi dal giovane
e spesi nella vicina Lugo per ricomprare gli autori "dei quali erano quasi
ancor calde le ceneri". (Le citazioni fra virgolette sono di Paride Zajotti,
scrittore non privo di qualche virtù). Poi si iscrive, su ordine
del padre, alla facoltà di medicina nell’Università di Ferrara;
ma il poeta non è contento e scrive, in data 6 dicembre 1775, al
padre:" Io proseguo il mio studio della medicina, ma non posso dimenticarmi
quello delle belle lettere". Infatti il Monti esordisce come poeta
pubblicando a Ferrara, presso la Stamperia Camerale, la Visione di Ezechiello
della qual cosa il padre molto si dispiacerà. Successivamente
manifesta l’intenzione di trasferirsi nella Roma di Pio
VI e lo scrive al padre sottolineando ancora una volta che "...lo studio
legale, medico, matematico o altro" non fa per lui. Tale intenzione compare
anche in una lettera al Vannetti di Rovereto:" Ora sto preparando
il mio bagaglio per incamminarmi verso Roma al dodici del corrente"
<la lettera reca la data del 1 maggio 1778>. Giunto nella capitale il
26 maggio 1778, il Monti sceglie come dimora il palazzo Doria Pamphili
in piazza Navona; continua la sua corrispondenza col Vannetti e, nella
lettera del 26 gennaio 1779, troviamo una bella definizione della poesia:"...Concludiamo
che la poesia è assai corrotta a’ nostri giorni, e che il prurito
d’essere filosofi, astronomi, matematici, teologi e poeti fa che molti,
invece di assodare l’immaginazione, impiastricciano nei loro versi - o
vi entri, o no - il metodo geometrico, il prisma newtoniano, la paralassi,
il vacuo, la luce, la velocità, il sole, i pianeti, il zenit, il
nadir, il diavolo che li porti, e tante altre sciocchezze, che empiono
la bocca senza riempire l’intelletto. In tal modo rendono la poesia un
mercato di bagatelle filosofiche, destano nelle anime sagge ed economiche
la nausea e l’aborrimento per tutti questi versi che ammorbano in sì
gran numero questo povero stivale d’Europa". Forte è l’amicizia
col Vannetti ed insieme piangono la scomparsa dell’amico Zorzi per il quale
il poeta di Rovereto compone un elogio funebre da tutti applaudito. Un’altra
amicizia importante è quella che lo lega all’abate Aurelio
Bertòla che, come apprendiamo dall’epistolario, gli invia un
saggio sulla letteratura alemanna che il Monti contraccambia con il suo
Saggio di poesie; vale la pena sottolineare che, nella lettera del
5 novembre 1779, il Monti manifesta la sua inclinazione a scrivere tragedie:"...Il
componimento tragico è quello che mi attirerebbe di più di
tutti; ma come appagare l’antica smania che mi divora di scrivere tragedie,
se non ho mai potuto mettermi finora in calma lo spirito, costretto a perdere
i pensieri in cose che nulla hanno a che fare con la poesia?". Il 13 ottobre
1781 diviene "...segretario del Principe Braschi nipote di Nostro Signore
<Pio VI>..." che gli concederà una casa in Roma, gli garantirà
un’entrata di almeno 20 scudi al mese e lo ospiterà alla sua tavola
(nonostante l’opposizione di alcuni principi e cardinali). Nel 1782 il
poeta, mentre si trova a Firenze in casa dell’improvvisatrice dei versi
Fortunata Sulgher Fantastici, incontra una giovane donna, di nome Carlotta,
della quale s’innamora perdutamente. "Io amo Carlotta sopra ogni credere,
la mia tenerezza mi ha dettato alcune parole e vorrei che queste passassero
sotto i suoi occhi. Amo Carlotta...Ho sentito più volte il furore
delle passioni, mi sono abbandonato in preda qualche volta ai disordini,
mi sono lusingato che la mia felicità potesse consistere nei disordini
e nelle colpe. Mi sono orribilmente ingannato. Carlotta mi ha fatto sentire
che non si può essere felice in amore se non si ama un oggetto virtuoso
ed innocente". Molte altre lettere testimoniano l’amore per Carlotta senza
la quale la vita è noia e della quale prova un violento desiderio.
Il 1 gennaio 1785 muore il padre e nel testamento il Monti è escluso
dalla divisione dei due poderi e della casa dal momento che Vincenzo gli
è stato "di straordinario dispendio" senza contare "i soccorsi"
prestatigli nei primi momenti del soggiorno romano. Il 3 luglio 1791, nella
Chiesa di S. Lorenzo in Lucina, sposa Teresa
Pikler, donna bellissima e raffinata. Poi la rivoluzione francese porta
una ventata di libertà anche in Italia e gli intellettuali del tempo
creano la Repubblica Cisalpina alla quale aderiscono fra gli altri anche
il Monti ed il Foscolo, che sono legati da
una profonda amicizia che durerà lungo tempo. Il Monti si reca a
Firenze con il Marmont, poi a Bologna ed infine a Milano dove viene attaccato
da numerosi Cisalpini per aver composto precedentemente un poemetto antirivoluzionario;
buona ed appassionata la difesa del Foscolo. Compone poi un inno, cantato
alla Scala nel 1799, che può a buon diritto considerarsi una delle
liriche più belle di quel genere. Si leggano ad esempio il grido
iniziale:" Il tiranno è caduto. Sorgete / genti oppresse; natura
respira" oppure l’invocazione alla libertà:" O soave dell’alme sospiro,
/ Libertà che del cielo sei figlia". Tre mesi dopo i tiranni tornarono
in Milano ed il Monti è costretto a fuggire prima a Genova, poi
in Savoia e finalmente a Parigi dove impiega il suo tempo nella traduzione
della "Pulzella" di Voltaire. Agli inizi del 1801 (dopo la battaglia
di Marengo), il Monti torna in Italia ed ottiene la cattedra d’eloquenza
all’Università di Pavia. Nel frattempo un giovane poeta, Alessandro
Manzoni, si cimenta con la poesia nel poemetto "Il trionfo della
libertà" di chiara ispirazione montiana. Più tardi Napoleone
lo nomina istoriografo del regno italico (se vogliamo il Monti è
tutt’altro che un istoriografo, come ha modo di scrivere nella prefazione
de "Il Beneficio", un piccolo componimento in onore di Napoleone.
Anche la stella di Napoleone tramonta ed in Italia ritornano gli austriaci;
il poeta è vecchio e malato (è stato colpito da un’emiplegia
che gli impedisce anche si scrivere). Trova ospitalità nella villa
dell’amico Luigi Aureggi ove muore, amorevolmente assistito dalla moglie,
il 13 ottobre 1828 in assoluta povertà lui che, unico caso nella
storia della nostra letteratura, ha tenuto la scena per oltre un cinquantennio.
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